un Blog di Gabriele Cecchini


un blog di Gabriele Cecchini

mercoledì 7 ottobre 2015

Anelli mancanti


«Oh, be’, che importa, 
è questo che dico sempre, 
mi tornerà in mente, 
è questo che trovo meraviglioso, 
tutto ritorna in mente. (Pausa) 
Tutto? (Pausa) No, non tutto. (Sorride) 
No no. (Il sorriso cade) Non proprio. 
Una parte.»

Giorni felici, Samuel Beckett


Quando lascio gli occhi liberi di andare, non esitano affatto, no, vanno, non si fermano. Vengono da te e lì riposano, laidi, beati, sordidi occhi, che si attaccano a un’anima, una vita che non è più vita, anima, ma morte perpetua, sarabanda tenebrosa e occulta che attanaglia i sentimenti veri, morde il presente e lo avvelena. Sei realmente tu ciò che vedono?
Non ho più niente. Per questo sono qui, in Toscana, per vivere di te e solo di te un’ultima volta. Mi trovo a rivedere luoghi, carpire olezzi e riconoscere volti di un tempo svanito, quello che ho vissuto con te. Ormai valicato l’oltretomba – io!, non tu, sia chiaro – marcio, anzi marcisco, a passi cadenzati verso il delirio acuminato degli spasmi postumi di un amore, martirio di una donna che non ha più nerbo, orgoglio. 
Ahimè la tragedia è dietro l’angolo.

Arezzo, Siena, Sansepolcro, Torre del Lago, Piombino, il Serchio, Forte dei Marmi... Tre anni di vacanze in Toscana e nessuna riconoscenza: vago per queste terre che tanto hai amato – abbiamo amato – e niente, non parlano di te, non mi raccontano più nulla, non leniscono il dolore amaranto che mi stordisce. Per questa terra io e te non siamo nulla.
Una turista alla ricerca feroce di prove, testimonianze, minuzie di un film famoso – il nostro amore – che pochi hanno visto e ancor meno rimpiangono. Questa sono io. Dispersa in questa terra che non mi vuole aiutare, vago da anni nei miei recessi. Non trovo nulla. Niente scorci di paesaggio che richiamano antichi brividi, passeggiate che risuonano di salmastre visioni, staffilate di parole che hai già udito, un tempo. Niente. Devo chiudere gli occhi e frugare, abbarbicarmi per alture che se cadessi mi romperei tutta. Il mio sacco di memorie è finito giù per un dirupo e mi sento come se non avessi il coraggio di saltare per recuperarle. Mi ostino, invece, a riscriverle ogni giorno. Ma non resisterò ancora per molto. 
Finirà presto, ne sono certa.
In certi momenti cresce la paura che mi sia inventata tutto, che tu non sia mai esistito, che la Toscana taccia perché terra sì nobile e pura non può mentire, nemmeno a una pover’anima in deliquio può contare ombre dissimulate e idilli mancati. Salta su dai marosi dell’Arno la suggestione che sia pazza e sola. Ma non lo siamo forse tutti?

Che ne volete sapere voi, luoghi che state sullo sfondo a guardar vivere gli uomini? Non verrà il giorno in cui vivrete i nostri affanni mentre noi ce ne staremo in calce, nossignore, a voi v’è toccato in sorte di stare per sempre in cornice, cari miei. Tocca a noi di patire, godere e morire.
Ma poi accadono cose strane, come ieri. Persa nei miei rigogli, veleggiavo per mari esangui, impalpabili – i miei mari – quando sono caduta sbattendo le ginocchia nude sui ciottoli e il dolore dei sassi premuti contro la pelle ha gridato che ci sei stato. Anche allora caddi e fosti tu a darmi la mano. Eravamo sul Monte Serra, in bicicletta. “Mi sembra di essere sul Monte Fujii” dico io come una bambina che s’incanta di fronte al panorama. “Potere della mente” ribatti tu, sarcastico. 
Assolutamente vero: potente è la mente. Ti dà e ti toglie quando pare a lei. Era tutto lì, ai miei piedi e sopra la mia testa. L’amore, il cielo, quei monti pastello in lontananza... tu... Sarebbe meglio campare senza memoria, vivere un attimo di estasi e poi dimenticarlo, perché il lavorio selvaggio della mente non ti porta mai dove sei già stato, anzi corrode, riempie... Era tutto lì, in quell’attimo che non vivrà più.
Ma ahimè so, sono umana, e da umana vago alla ricerca di “quel” momento, di “quel” furore emotivo, di “quel” sostare a guardare il paesaggio. La consapevolezza aiuta, dicono; a me non aiuta affatto: sapere che mai più tornerò lì assieme a te non lenisce nessuna ferita, anzi, forse a vivere nell’illusione si sta anche meglio. 
Ogni giorno guardo la gente per strada e mi dico: beati loro. Non sanno, perciò sopravvivono. Se sapessero, se potessero capire, si darebbero la morte. Forse anch’io me la sto dando la morte, in fin dei conti: vagare per queste lande deserte di ricordi, scollate ormai dalle sensazioni che mi legano a te non è forse morire? 
Cosa c’è poi da sapere? Cosa so per parlare come un’illuminata, o meglio una matta invasata? So che tu sei lontano, che ho amato un pezzetto di me riflesso in qualche morso di te, che non ti ho conosciuto. So che la vita è un sentiero affilato su un abisso, che ti stimola ad attraversarlo, e al tempo stesso ti deride quando cadi giù. 
Sarà per questo che non ti trovo? Sono forse io stessa l’aguzzina del passato che tanto bramo? Ti ho ucciso io con le mie mani quando ho capito che omiciattolo eri?
Ti incontrai al bar vicino al lavoro, una sagoma qualunque che si materializza dalla massa di uomini e donne che brulicano sulla terra, nelle città alle sei della sera. Seduta al tavolo a leggere il giornale – si fa tanta fatica a imparare a star soli, pensavo, e poi va a finire che non parli con nessuno, guardi il tuo tavolino come una stupida monade... –, alzo gli occhi e ti vedo. Come in un melodramma di terz’ordine, tiri fuori dal cappello la frase “Posso offrirle un caffè?” e io sono caduta nella tua rete. L’origine della sventura.
Le donne amano sempre di più, si dice. Sarà vero? Non lo so. Io ti ho amato più di chiunque altro in vita mia, ma cos’è l’amore? L’amore... è dimenticarsi per più di un’ora della solitudine, riempire il tempo di pensieri parole che ti saziano (dimenticando le vecchie ossessioni), è stringersi nella notte e non vedere il mondo per qualche ora, illudersi che ci si possa unire senza pagare alcun prezzo. Credere che durerà per più del tempo che impiegano le bollicine dello Champagne a svanire nel bicchiere.
Poi pensi che il destino ti ha fatto incontrare quell’uomo in particolare, in quel momento della vita perché era ora, era tempo. Canta la tua canzone, Angelica. Invece è un caso che abbia incontrato te, che sia finita in Toscana per poi dimenticarti. Ho detto dimenticarti. Ti ho dimenticato davvero? No. Tesso e disfo una tela che non so se finirà mai.
Ti sei piegata su te stessa, devi andare avanti. Lo so, parlate bene voi, gli esterni, gli spettatori. Non ce la faccio. 

Sono rimasta sola, qui nel parco del Castello di Spaltenna, a guardarmi attorno quasi che il mondo non l’avessi mai visto. Vaga, vaga, ...il mio nome... qual è il mio nome? Fa lo stesso. Vaga, vaga che tanto torni sempre allo stesso punto: l’oblio del presente che cede docilmente il posto a luoghi limacciosi che solo la tua mente conosce. No... non posso crederci... la scritta: “Angelica e Raimondo sono stati qui 23-03-1952”. Ecco qual è il mio nome, Angelica, e il tuo Raimondo. Allora è tutto vero! Ci sono stata qua con te! Che delizia quando la mente smette di correre in solitaria e raggiunge il gruppo – la realtà senza che te lo aspetti, sono abituata a star sola, a dannarmi nelle stanze della mia piccola vita... e ora... finalmente un segno! Beata... come si chiama questa regione? Che importa. Stasera festeggerò!



«Signora, sta bene? Signora!»
«Mai stata meglio.»
«Come si chiama?»
«Io...»
«Aiuto! La signora sta male! Chiamate un’ambulanza!»
«Quanti anni avrà?»
«Almeno novanta... 
«Qui tutta sola...»



«Dove l’hanno trovata?»
«Era nel parco del Castello di Spaltenna, in stato confusionale, sola...»
«Cos’ha dottore? Si rimetterà?»
«Ha l’Alzheimer.»
«Oddio.» 
«Alla sua età non resta che attendere il momento... quando arriverà.»
«E gli anelli mancanti? Non ci sono più dentro di lei?»
«Ci sono, ma è come un’isola al largo, che più tenti di raggiungerla pervicacemente, con tutte le tue forze e più te ne allontani, la barca su cui navighi è piena di buchi e la corsa si rallenta sempre più...»
«Mio Dio.»


Oddio finalmente sono tornata in... quella regione che ti piaceva tanto... Mi sfugge il nome... Che belle le piazze, il cielo e tu amore mio! Come ti chiami?... non lo ricordo, non ricordo nemmeno il mio di nome, ma una vita non è vita anche se resta solo l’energia, la forza, la voglia di andare avanti? L’emozione grande riesco a sentirla, ora. Anni e anni ho arrancato, in giro per la.... quella regione.... a cercare tracce di me e di te, per poi ritrovare tutto all’improvviso. Un fuoco arde dentro di me e mi sento bene! Piuttosto che cercare i dettagli insignificanti, mi concentro sull’emozione profonda che mi avvolge. Ora il passato non mi ossessiona più. Non cerco più niente. Non c’è più niente. La furia della tempesta si è placata e appoggiata sulle nuvole mi godo le sensazioni, il calore, la dolcezza di sentirsi padrona della mia anima, infine. 

Resta l’impronta di un passo. Un’acquerugiola tenue che bagna appena gli occhi. Poco altro in queste giornate oziose.

A tratti mi sveglio e ricordo. Due o tre cose, forse. L’idea di te, di un grande amore che mi ha riempito l’esistenza. L’Arno, la piazza centrale di Siena... il ristorante dove mi hai chiesto di sposarti, poco fuori Arezzo. Come si chiamava? Poi quelle colline stupende.... e quel monte dove sono caduta... Monte... non ricordo... che importa? E quella panchina dove abbiamo scritto i nostri nomi... Quali nomi? Oddio... E tu eri così dolce con me... o forse no... ma non importa. Ormai ci siamo solo io e te, amore mio. E la Toscana. Ecco qual’era la regione! La Toscana! 
Non è stato poi così difficile saltar giù. 

2 commenti:

  1. Una volta, eravamo ancora fidanzati, andammo in visita a casa della madre di un'amica; ci avevano invitato al battesimo del nipote e dovevamo fermarci tutto il fine settimana. Ci sistemarono nella casa al piano terra, che era casa della nonna vedova: la signora, ci avevano detto, avrebbe dormito senza problemi dalla figlia per un paio di notti. Quello che avevano omesso, tuttavia, era stato informarci che la poveretta soffriva di halzheimer.
    Così, la prima mattina avevo socchiuso gli occhi con la sinistra sensazione che qualcuno mi stava osservando e sopratutto che quello stesso qualcuno mi stava alitando a pochi centimetri dal viso: era la nonna, vestita interamente di nero, con tanto di fazzoletto legato in testa...
    "Aaaaaahhhhh", avevo gridato
    Si era tirato su pure il mio fidanzato, confuso.
    "E vui cu' siti?", aveva fatto lei.
    "Signora, sono io Regina, l'amica di Anna... Forse non gliel'hanno detto che ci hanno sistemato qui... mi dispiace".
    "Pasqualino, mettiti le calze, male stai altrimenti... Vieni, beddu, vieni... Il latte ti feci".
    Aveva fatto il giro del letto e si era presa per mano F., costringendolo a seguirla.

    Ogni volta che ci avrebbe incrociato, quel fine settimana, ci avrebbe chiesto chi eravamo e sopratutto avrebbe scambiato il mio fidanzato per suo figlio, suo padre, suo marito, il suo vicino di casa e qualche altra personalità che neppure i familiari riuscirono a definire.

    Io non riuscivo a contenermi, ridevo; ridevo come una pazza, con le lacrime agli occhi, perchè per me era troppo comica quella vecchina che mi inseguiva ad ogni angolo di casa per chiedermi chi fossi e mi rubava il fidanzato per farci lunghi discorsi di robe che non gli appartenevano.

    Oggi, leggendo il tuo racconto mi sono un pó vergognata d'aver tanto riso... Ma è anche vero che non l'ho mai dimenticata, Assuntina: leggendoti, l'ho pensata ancora e le ho mandato un bacio in cielo: chissà se mi avrà riconosciuta, da lassù.

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    1. Porella...Pure io avrei riso. È una malattia dolorosissima,per chi c'è l'ha e per chi gli sta intorno.. grazie per la storia! Come se fossimo stati attorno al fuoco. Buon inizio di settimana!

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